INFORMALE, NUCLEARE. INTORNO ALLA PITTURA DI GORSENIO
Luca Pietro Nicoletti
La prima volta che visitai lo studio di Giancarlo Orsenigo, in arte Gorsenio, assieme ad Antonio D’Amico, ebbi la sensazione di essere circondato dalla sua pittura: scendendo una scala a pioli, infatti, si entra in un grande ambiente senza finestre in cui l’artista tiene in esposizione permanente i suoi dipinti. Mi si dispiegava dunque davanti agli occhi in quel modo un mondo vitalissimo, multiforme e magmatico. Mi colpì molto una sua frase: “Dipingo perché è la sola cosa che mi rende davvero felice”. Trovo che sia un pensiero bellissimo, nella sua disarmante semplicità e forse può essere la chiave di accesso al variegato mondo della sua pittura, fatta di una continua declinazione di modi e forme nuove. Gorsenio ha infatti l’abitudine di lavorare su più filoni tematici, che rendono difficile una suddivisione in periodi del suo lavoro: molte ricerche si intrecciano oppure, una volta riallacciato il filo di un determinato discorso visivo, su di esso si sono depositati i postumi delle esperienze che nel frattempo si sono accavallate. Molti dipinti, poi, lungo questo percorso rimangono dei veri e propri figli unici. È straordinaria infatti la vitalità con cui Gorsenio, raggiunta la soglia degli ottant’anni, continui ad avvicinare la tela con accanimento e rapida certezza: quando sente di aver imboccato la via giusta è facile che gli basti poco tempo per risolvere un dipinto. A questo proposito merita ricordare un aneddoto, raccontatomi dall’artista: Achille Bonito Oliva, che amava andare a vederlo lavorare, un giorno gli disse che aveva delle mani stupende (sì, perché Gorsenio dipinge solo con le mani, senza la mediazione del pennello) e che quando riusciva ad entrare nel quadro era capace di finirlo in due minuti, ma con un avvertimento: “Stai attento che non siano tre”, perché quel minuto in più poteva significare rovinare una intuizione già felice, insistere e rendere di maniera qualcosa di già compiuto.
Non è raro, poi, che l’artista ricopra dipinti vecchi che non lo soddisfano più e usi quella materia pittorica spessa e indurita come base per nuove esperienze visive. Non è una operazione da trascurare, questa, né da leggere come semplice atto utilitaristico, quanto piuttosto come una continua revisione del proprio lavoro, oltre ad una selezione delle cose da perpetuare e di quelle di cui cancellare memoria.
In secondo luogo, rilavorare su tele già dipinte serve a Gorsenio per lavorare su un supporto duro, su una crosta di colore. Per questa ragione Franco Fornari, nell’aprile 1984 , forse portando all’estremo i termini della questione, sosteneva che l’artista aveva bisogno di avere del colore spesso e secco per poter “pietrificare” la tela e immedesimarla ad un muro.
Al di là di queste costanti, sarebbe difficile tracciare in breve il percorso di Gorsenio, se non ricordando che, pur in molteplici declinazioni, la sua ricerca è stata una oscillazione fra le polarità dell’informale e del movimento nucleare, a volte con una inflessione decorativa, sempre con lo spirito di una lieve, divertita ironia. In queste coordinate generali, poi, si sono via via inseriti spunti di varia origine, come dal gruppo Cobra, dalla Transavanguardia, da Enrico Baj. In tempi più recenti, poi, ha guardato anche verso il Monet delle ultime grandi serie di ninfee, riproponendo un paesaggismo di forte marca impressionista, sebbene memore delle esperienze precedenti. Giustamente Raffaele De Grada, nel luglio del 1980, aveva collocato l’artista in “[…] quella vivace area che sta tra l’informale e il figurativo pregnante di gioia colorata, costruita punto per punto di forma-materia”. La sua pittura rimane sulla superficie delle tela: la rappresentazione non va in profondità, raramente crea spazio, bensì propone una ostensione di elementi uno a fianco all’altro. Le figure, le cui fisionomie a volte fanno pensare all’umanità nucleare codificata da Baj, restano sul piano, si parano davanti all’osservatore in fila sulla soglia del dipinto. Dietro di loro un baluginare di macchie, di colori: un tessuto di segni texturizzati a fare da ripieno per una pittura che cerca strenuamente la saturazione degli spazi.
Non va poi dimenticato che Giancarlo Orsenigo, oltre che pittore, è anche scrittore, e che ha alle spalle la pubblicazione di quattordici romanzi, in cui si ritroverà lo stesso spirito che impernia la produzione pittorica. L’impronta comune a tutto il suo lavoro, infatti, resta quella di essersi sempre divertito con la pittura, di non avere avvicinato il mestiere con quel riverente rispetto che rischia di trasformarlo in una religione.
Secondo Bonito Oliva, nel gennaio 1983, la pittura di Gorsenio si polarizza fra istinto drammatico e ironia, raggiungendo un “erotismo taciuto” che rimane sottotraccia. Tuttavia,credo che il secondo dei due poli sia dominante: un umorismo surreale, che ha un peso notevole anche nella prosa. Negli intrecci complicati dei romanzi di Giancarlo Orsenigo la narrazione rende irreali le cose, le persone, le atmosfere, in cui il giallo si tinge di noir ma non disdegna la comicità dell’assurdo e il gioco di parole. Nella sua prosa, Orsenigo mette in luce i lati paradossali della quotidianità; nella pittura, Gorsenio raffigura una umanità tutta irreale, metamorfica, ma con lo stesso senso dell’ironia. A volte sono personaggi che mordono una sigaretta fra le labbra, a volte si lasciano semplicemente guardare nella loro improbabile ma buffa sembianza.
venerdì 19 ottobre 2007
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