GILBERTO FACCHINETTI“Sinestesie”
Dall’8 al 30 maggio 2008
Inaugurazione: giovedì 8 maggio ore 18,30
Si inaugura giovedì 8 maggio alle ore 18,30 presso la Fondazione Gianni e Roberto Radice – Via P. Mola 39 – Milano, la mostra personale di Gilberto Facchinetti, dal titolo Sinestesie, a cura di Giovanni Cerri.
Gilberto Facchinetti (Milano, 1945) è laureato in Paletnologia ed è stato docente di Storia dell’Arte al Liceo Classico. Attualmente vive e lavora a Busto Arsizio.

La mostra presenta un nucleo di lavori recenti, realizzati negli ultimi quattro anni di attività, incentrati sulla sinestesia immagine-suono; sono dipinti in cui si evidenzia la commistione tecnica, tra pittura, oggetti di recupero, legno e metallo che interagiscono, a rendere idealmente i ritmi, le partiture “visive”, in sequenze molto armoniche ed equlibrate.
Dal testo di Giovanni Cerri : […] Ma, bisogna pur dire, che il suo motivo di riflessione, le sue “costanti” sono rimaste; il tempo che scorre dando una misura a tutto, la caducità della vita, la manualità del fare e del costruire l’oggetto-quadro, oggi ancor più nella sua tridimensionalità. C’è un richiamo dadaista, anche, nel suo lavoro di “fabbricatore” dell’immagine, con reperti, inserimenti e intrusioni di legni e metalli, di robusti tasselli e di sottili ed esili bastoncini, di listelli che fungono da incorniciatura e bacinelle che diventano acquasantiere. Ed è rimasto il nero, in questi quadri non più allusivo sinonimo di un cielo scorto da una finestra, come nelle precedenti “ventanille”, ma spazio silente dove scorrono le note colorate, i contrappunti, i bassi e gli acuti, filamenti verticali di accese cromie, oppure dritte “discese di tono”. […]
Catalogo in galleria. Testo di Giovanni Cerri.
La mostra proseguirà fino al 30 maggio con i seguenti orari:
dal martedì al sabato h. 15,30 -19,00
HORTVS MVSICVS
Giovanni Cerri
Il percorso di Gilberto Facchinetti è iniziato diversi anni fa, negli anni ’70 e ’80, con un linguaggio molto figurativo, di orientamento surreale, ricco di evocazioni simboliche e spunti letterari provenienti soprattutto dalla cultura di area tedesca e nordeuropea. Con qualche passaggio, che diradava sempre di più la presenza figurativa, nel senso realistico della descrizione, si arrivava nei primi anni del Duemila, a un ciclo più recente, che aveva in sottinteso quella reminescenza dolente, della sofferenza e dello struggente motivo mahleriano dei canti della terra; ci riferiamo appunto al corpus dei lavori titolati Das Lied von der Erde, un “omaggio” al grande compositore boemo, del quale Facchinetti – attraverso la sua materia pittorica, fortemente terrestre, terrena, umana ed emblematica della precarietà dell’esistenza - trasponeva quel senso profondo dell’esser soggetti a un eroico, grandioso decadimento, dell’essere – noi uomini del nuovo millennio – traghettati in una nuova crisi, in un’epoca che, al di là dei suoi illusori miraggi, svela invece l’inquietudine della provvisorietà, dell’incertezza, della paura. Dalla insicurezza del mondo lavorativo alle ultime guerre sorte come nuovi focolai dell’odio in varie parti del mondo…quanta decadenza nel nostro mondo, sempre più “terzo” e “quarto” purtroppo in tante aree lontane da noi; noi, spesso ingrati e inconsapevoli della fortuna di esser comunque tra i più benestanti. Questa breve premessa è indispensabile per capire l’espressione di questo artista, che è arrivato negli ultimi suoi lavori a una sintesi che potrebbe far pensare a una pittura formale, chiusa in un contemplativo meditare sull’ordine degli equilibri,

sull’armonia della composizione, sulla controllata tonalità dei colori. Invece, ciò che ora vediamo, in sequenze, in ritmi musicali “visivi”, è frutto di una evoluzione estetica che si è tradotta in un processo di sottrazione di elementi descrittivi. Ma, bisogna pur dire, che il suo motivo di riflessione, le sue “costanti” sono rimaste; il tempo che scorre dando una misura a tutto, la caducità della vita, la manualità del fare e del costruire l’oggetto-quadro, oggi ancor più nella sua tridimensionalità. C’è un richiamo dadaista, anche, nel suo lavoro di “fabbricatore” dell’immagine, con reperti, inserimenti e intrusioni di legni e metalli, di robusti tasselli e di sottili ed esili bastoncini, di listelli che fungono da incorniciatura e bacinelle che diventano acquasantiere. Ed è rimasto il nero, in questi quadri non più allusivo sinonimo di un cielo scorto da una finestra, come nelle precedenti “ventanillas”, ma spazio silente dove scorrono le note colorate, i contrappunti, i bassi e gli acuti, filamenti verticali di accese cromie oppure dritte “discese” di tono. Ecco il nuovo “canto” di Facchinetti, che si mostra in brani, spezzoni visivi di musicalità espressa con un continuum che di volta in volta si rinnova, rinasce e muore per risorgere in un altro quadro. E non è un caso che alcuni titoli richiamino la musica, citando compositori come Penderecki e Purcell, oppure brani molto noti come “Al chiar di luna” di Beethoven. Perché, in fondo, le note, i ritmi, le partiture, che idealmente accompagnano le immagini, costituiscono l’ Hortus Musicus, il giardino di colori e suoni dentro il quale noi spettatori ci addentriamo e siamo accolti. Dal Barocco al Romanticismo, per giungere alla musica moderna del Novecento, ecco succedersi le suggestioni sonore, echi di memorie che non sono solamente colte citazioni, ma evocano invece atmosfere, riflessioni, pensieri che hanno il loro fondamento dalla osservazione attenta e puntuale che Facchinetti traduce in arte; un’arte che “sublima”, ma che sottintende l’amara crisi della nostra epoca, dove il silenzio di un’oscurità pericolosamente nichilista sembra incombere dietro alle seducenti vibrazioni dei suoni. Ci salverà la bellezza, che è anche il senso dell’arte? Dostojevski affermava questa possibilità, noi aggiungiamo – per incoraggiare e incitare la vittoria su un minaccioso oblio - anche queste parole di Hermann Hesse: “E tutto insieme, tutte le voci, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita.”

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