domenica 17 aprile 2011

Elena Mezzadra



inaugurazione della mostra lunedì 2 maggio 2011, ore 18
Milano, Unviersità Bocconi, Via Sarfatti



La lunga storia di Elena Mezzadra, all’interno dell’ambiente artistico milanese, è fatta di precisi punti fermi: il primo è un’assoluta fedeltà verso l’arte astratta; il secondo, stando a una geografia di luoghi entro cui collocare la sua vicenda, è costituito dal lungo sodalizio con la Galleria delle Ore di Giovanni Fumagalli, che nel secondo dopoguerra è stato un punto di riferimento per le ricerche fra astratto e informale. Qui, negli anni Settanta l’artista conoscerà l’ingegner Antonio Boschi, che nel corso degli anni le comprerà diverse tele, oggi facenti parte della ricca donazione della Collezione Boschi-Di Stefano alle raccolte civiche dell’attuale Museo del Novecento, dove già si conservava un suo dipinto.
Il suo percorso è contraddistinto da una costante adesione a un certo modo di intendere la pittura: senza cesure drastiche, la sua ricerca all’interno dell’astrazione è stata votata al perfezionamento, attraverso variazioni continue, di una sola maniera di concepire il quadro. Si ha quindi a che fare con uno stile connotato e immediatamente riconoscibile, ma nel quale si devono seguire impercettibili sussulti e variazioni dello stile per tentarne una seriazione cronologica. Per questa ragione l’artista è sempre stata poco incline agli sguardi retrospettivi, come ha sottolineato Luciano Caramel presentando la grande mostra del 1992 al PAC di Milano: l’attività recente è, per lei, compimento di un percorso, quindi ogni quadro nuovo non solo assomma le ricerche precedenti, ma l’ultimo comprende anche il primo, e questa fedeltà si esprime con la stessa intensità sul grande formato del quadro ad olio come nelle piccole misure della carta e nella dimensione più aristocratica dell’incisione. E questo stile, questa idea di pittura è da collocarsi su quella linea dell’arte astratta che struttura il quadro, ma senza essere fredda e cerebrale: troppo rigorosa per essere informale, troppo libera per l’astratto-concreto, e proprio qui sta l’apporto lirico di queste geometrie fluttuanti, fatte di piani trasparenti che si intersecano con un lento movimento.

La critica ha sottolineato in modo particolare, all’interno della produzione dell’artista, il problema del colore-luce –quasi un ricordo del dinamismo futurista- declinandolo in una vivace aggettivazione: Flaminio Gualdoni ha parlato di «pitture di luce, grande luce», mentre per Elena Pontiggia si tratta di un sostrato geometrico «così labile e trasparente da diventare una pura cartilagine luminosa». Roberto Sanesi, invece, nel 1979 faceva notare come Elena Mezzadra «più che abbandonarsi alla luce ne utilizza le qualità plastiche». In effetti, in questa selva di rette e di forme, di vibrazioni della trama pittorica per progressivi passaggi tonali, si assiste a repentine e taglienti accensioni cromatiche, a guizzi luminosi e dinamici che orientano il senso del racconto astratto. Mezzadra rappresenta uno stato transitorio, dinamico non per la traccia di un segno lasciato d’impulso, ma proprio per un senso di movimento interno alla struttura compositiva, all’andamento delle linee rette e spezzate che si intrecciano sul piano: il “racconto”, in fondo, è dato dal movimento dell’occhio, che viene guidato sulla superficie della tela secondo direttrici ben precise. Un meccanismo “futurista” in senso lato, se si vuole, quanto a restituzione di un movimento per via di forme. Ma in fondo aveva ragione Sanesi a scrivere che la geometria, nelle sue opere, è «quasi un’architettura naturale», perché questo moto, questa scansione di moduli spigolosi sembra quasi spinto dal vento (o dal tempo), come una foresta di segni che fluttuano con cadenza armonica, per quanto con un temperamento non tanto violento, quanto certamente deciso e poco incline a facili concessioni.

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